A chi serve la Notte dei Ricercatori? Io c'ero

Quest’anno a Milano c’è stato un doppio appuntamento con la Notte Europea dei Ricercatori. Oltre al 25 settembre, ovvero l’ultimo venerdì di settembre, che è diventato il “tradizionale” appuntamento dell’evento che si svolge in contemporanea in tutta Europa, è stata aggiunta anche la data del 26 settembre, con un totale di più 100 eventi in programma.

In un weekend per me già impegnatissimo, a malincuore non ho potuto dedicare molto tempo alla manifestazione, ma sono riuscita a trovare lo spazio per fare almeno un “salto” ai giardini di Porta Venezia, una delle due sedi dell’evento. L’altra era il Museo della Scienza e della Tecnologia.

Con il mio consueto entusiasmo ho portato con me la mascotte del sito (10 anni) e alcuni amici. Il format era quello degli anni scorsi: all’interno del parco è stato allestito uno spazio dove diversi rappresentanti delle università milanesi esponevano le loro ricerche e i loro studi.

Ammetto che la situazione era un po’ caotica, si gironzolava tra i vari stand scegliendo di fermarsi dove c’era qualcosa che attirava l’attenzione: una scelta un po’ casuale, che nulla toglie ad altri stand che risultavano meno interessanti solo perché meno vivaci e colorati.

Nonostante ciò, la mia fiducia nell’utilità di questo tipo di manifestazioni è cieca, e per questo non mi aspettavo la domanda che ha fatto uno dei miei amici: Sì, ma…a cosa serve tutto ciò?.

Domanda assolutamente lecita e priva di ogni polemica, ma che inizialmente mi ha spiazzato. La risposta ovvia è che questo tipo di eventi serve a far vedere ai cittadini, cioè a tutti noi, cosa succede dentro alle università e cosa fanno i ricercatori.

Pensandoci meglio, ho fatto un paio di riflessioni, una per quanto riguarda il pubblico e una per quanto riguarda i ricercatori. Non rappresentano la risposta ultima e definitiva che soddisfa tutti, ma sono personali impressioni che scelgo di condividere qui, con voi.

Partiamo dal pubblico, cioè da noi. Premetto che la manifestazione prevedeva incontri, dibattiti, conferenze e laboratori (a cui noi non siamo riusciti a partecipare), dedicati a temi specifici e che forse non avrebbero fatto sorgere la fatidica domanda. Ma, stando a quel che abbiamo visto, in fondo mi sento di salvare questo tipo di “esposizione” perché chi ci va è interessato a quel che fanno i ricercatori, e quindi girando qua e là ha la possibilità di conoscere qualcosa in più.

Normalmente le persone non entrano nelle università per vedere cosa succede lì dentro, e questa è l’occasione in cui è l’università che “esce” e fa vedere cosa succede al suo interno. Vero che il tutto può suscitare curiosità, ma non fa capire veramente niente di più di scienza, ma credo che l’obiettivo sia proprio l’incontro tra università e ricercatori da una parte e persone “normali” dall’altra. Non trascuriamo l’effetto di tutto ciò sulle generazioni più giovani: non è importante cosa capiscono di scienza, è importante che rimanga un senso di curiosità e l’idea che la ricerca è qualcosa di vivo e vero. E pazienza se si avvicinano solo agli stand più “colorati” e attraenti:)

E veniamo qui al secondo aspetto, la comunicazione da parte dei ricercatori. Penso che sia una cosa positiva che i ricercatori sappiano raccontarsi e confrontarsi con il pubblico. In fondo, chi meglio di loro può raccontare e spiegare quali ricerche sta facendo, perché sono importanti e perché dovremmo esserne a conoscenza? Credo che per troppo tempo le università siano state fortezze inaccessibili, dove vigeva un certo mistero supportato da una aurea di distacco e supponenza. Questo naturalmente apre una questione di non facile risoluzione: come si fa a raccontare le proprie ricerche a chi non ne sa niente, per di più catturando l’attenzione in pochi secondi?

No, a questa domanda non ho risposta, e forse non vale neanche la pena cercarla. Alcune discipline e alcune ricerche si prestano meglio di altre a questo tipo di evento, non è detto che tutto si possa trasformare in esperimenti colorati e variopinti che incuriosiscono e fanno fermare chi ti passa davanti. Però voglio dire che la questione è sentita anche dai ricercatori stessi. Oggi le persone vogliono essere informate e conoscere, e il successo di pubblico di questo tipo di manifestazioni ne è una prova. Un esempio di questa nuova sensibilità è il FameLab, un vero e proprio talent show per giovani ricercatori che hanno la verve di comunicatori. E’ ovvio che gli scienziati non devono trasformarsi in intrattenitori da palcoscenico, ma è altrettanto vero che la comunicazione tra società e mondo della ricerca va incoraggiata e sostenuta.

Qualche anno fa, una cosa come il FameLab non era neanche pensabile. Se penso ai miei professori universitari (sì, lo so, era un altro secolo, anzi…millennio!), sono sicura che avrebbero storto il naso di fronte a una cosa del genere. Ma è un segno che i tempi stanno cambiando. In meglio, secondo me.

Alla fine, cosa abbiamo visto?! Ecco una carrellata per immagini di quello che abbiamo visto, seguendo la curiosità e senza togliere niente a tutti gli stand dove non ci siamo fermati (ormai dovrebbe essere chiaro!).


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